Dalla protesta al disordine: la sicurezza come strumento di controllo politico


Storie e Notizie N. 2326


Ho voluto fare una breve ricerca al tema in oggetto. È tutto in rete e chiunque può approfondire in qualsiasi momento.
Comincerei con una doverosa premessa, attraverso il saggio di Gustave Le Bon del 1895, Psychologie des foules (Psicologia delle folle).
Un testo utile per provare a ricostruire la genealogia della rappresentazione della protesta collettiva come problema di ordine e controllo da parte delle istituzioni dell'epoca.
Le Bon analizza la formazione delle folle e attribuisce loro caratteristiche quali impulsività, suggestionabilità, contagio emotivo e perdita della capacità di giudizio individuale.
Credo sia fondamentale partire da questo, sottolineando quanto tali rappresentazioni abbiano contribuito a descrivere le mobilitazioni collettive come fenomeni vulnerabili all'irrazionalità e al disordine, anche quando scaturiscono da rivendicazioni legittime e popolari.
Facendo un passo indietro dal punto di vista cronologico, il 16 agosto del 1819 circa 60.000 persone si riunirono a St Peter's Field, a Manchester, per partecipare a una manifestazione a favore della riforma parlamentare e dell'estensione della rappresentanza politica.
Le autorità locali consideravano il movimento radicale una possibile minaccia all'ordine costituito. Per tale ragione, nei mesi precedenti avevano intensificato le misure di sorveglianza e la preparazione a un eventuale intervento.
Durante la manifestazione, i magistrati ordinarono alla cavalleria di intervenire per arrestare gli organizzatori e disperdere la folla. La carica provocò morti e centinaia di feriti: l'episodio passò alla storia come il massacro di Peterloo.
La documentazione governativa mostra come il rischio di insurrezione e di disordine pubblico fosse utilizzato per giustificare preventivamente il contrasto alla mobilitazione radicale. Tra i documenti più significativi vi è la corrispondenza del Ministero dell'Interno, nella quale si prospettava il ricorso alla legge oppure alla forza per fermare l'agitazione politica. Dopo il massacro, le autorità difesero l'operato dei magistrati e contestarono le accuse relative alla violenza esercitata contro i manifestanti.
A seguire, nel 1866, troviamo la Reform League, un movimento politico che chiedeva l'estensione del diritto di voto maschile. Il movimento organizzò una grande manifestazione a Londra. Il 23 luglio era previsto un corteo diretto a Hyde Park, dove i partecipanti intendevano tenere un'assemblea pubblica.
Il governo britannico, attraverso il ministro dell'Interno Spencer Walpole, decise di vietare la riunione, sostenendo che vi fosse il rischio di gravi disordini.
Le forze di polizia impedirono ai manifestanti di entrare nel parco. La folla reagì abbattendo le recinzioni e riuscendo a entrare. Nei giorni successivi si verificarono ulteriori scontri.
La vicenda mostra come il timore di disordini fosse utilizzato dal governo per impedire preventivamente una manifestazione politica. Resta però necessario distinguere tra l'effettiva previsione di possibili scontri e la prova che tale rischio fosse deliberatamente esagerato o strumentalizzato.
Ancora: nel maggio 1886, a Chicago, migliaia di lavoratori parteciparono a scioperi e manifestazioni per ottenere la giornata lavorativa di otto ore.
Il 3 maggio, durante uno scontro davanti alla fabbrica McCormick, la polizia sparò sui lavoratori in sciopero, provocando morti e feriti. Il giorno successivo, gli attivisti anarchici organizzarono un'assemblea pubblica a Haymarket Square per protestare contro l'intervento della polizia.
Mentre la riunione stava terminando, la polizia intervenne per disperdere i partecipanti. Una bomba esplose tra gli agenti, uccidendo un poliziotto e provocando ulteriori scontri a fuoco.
Seguirono arresti, un processo contro otto anarchici e quattro esecuzioni nel novembre 1887.
L'attentato e i successivi scontri furono utilizzati per associare l'intero movimento operaio e anarchico a una minaccia terroristica. La documentazione processuale mostra che gli imputati furono perseguiti anche sulla base delle loro idee, dei loro discorsi e della presunta responsabilità nell'incitamento alla violenza, non soltanto per un'eventuale partecipazione materiale all'attentato.
L'episodio rappresenta quindi un esempio di come una mobilitazione sindacale e politica possa essere ricondotta a un problema di sicurezza, con conseguenze che vanno ben oltre i responsabili materiali di un singolo episodio violento. Non dimostra, tuttavia, che l'attentato fosse stato organizzato o provocato dalle autorità.
Andiamo ora a Parigi. Nel 1893, il prefetto di polizia Louis Lépine descrisse una strategia di gestione delle manifestazioni che prevedeva di anticipare i movimenti dei dimostranti, occupare i luoghi di raduno, arrestare chi non ottemperava agli ordini di circolare e, significativamente, “attendere gli incidenti”.
È una testimonianza diretta di una politica di ordine pubblico che non si limitava a reagire a disordini già avvenuti: predisponeva un confronto nel quale gli incidenti erano già messi in conto.
La strategia descritta dal prefetto era chiara: arrivare prima dei manifestanti, occupare la piazza, arrestare per mancato rispetto dell'ordine di circolare e attendere gli incidenti.
Facciamo un balzo in avanti e voliamo negli Stati Uniti. Tra il 1967 e il 1972, l'FBI e la polizia metropolitana di Washington condussero operazioni clandestine contro organizzazioni pacifiste, per i diritti civili e contrarie alla guerra in Vietnam.
Le operazioni comprendevano infiltrazioni, sabotaggio delle attività organizzative, provocazioni e campagne di discredito. Una parte di queste condotte fu accertata in un processo civile e confermata in appello.
Nel 1981 una giuria federale riconobbe responsabili diversi funzionari dell'FBI e della polizia di Washington per violazioni dei diritti costituzionali di attivisti che avevano organizzato proteste e manifestazioni. La sentenza di primo grado fu pronunciata il 1º giugno 1982.
La sentenza d'appello del 1984 riporta inoltre il caso di un'informatrice della polizia, infiltrata in organizzazioni pacifiste, che, secondo le testimonianze processuali, incitava gli attivisti a compiere atti violenti durante riunioni e manifestazioni.
Torniamo nel Vecchio Continente. Il 13 aprile 2009, un gruppo di attivisti ambientalisti progettò un'azione di protesta contro la centrale elettrica di Ratcliffe-on-Soar, nel Nottinghamshire.
Mark Kennedy, agente infiltrato della National Public Order Intelligence Unit, partecipò alla preparazione dell'operazione. Kennedy non fu un osservatore esterno: contribuì materialmente a rendere possibile l'azione per la quale gli attivisti sarebbero stati perseguiti.
La Corte d'appello, nel caso R v Barkshire and Others (2011), esaminò il suo coinvolgimento, rilevando che il comportamento dell'agente andava ben oltre la semplice osservazione e risultava compatibile con quello di un «agent provocateur». La stessa Corte annullò le condanne di venti attivisti.
Infine, per quanto riguarda il nostro Paese, mi limito a citare ciò che disse in un'intervista Francesco Cossiga nel 2008 a proposito delle proteste studentesche, punto esemplare della strategia della tensione:
Domanda: «Gli universitari, invece?»
Cossiga: «Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. […] Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri. […] Nel senso che le forze dell'ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano».
Ma questo è ovviamente il passato. Con la trasparenza e la purezza di intenti che oggi garantiscono il web e i social network, oltre a governi rispettosi delle regole democratiche e della Costituzione come il nostro, sarebbe davvero inopportuno sospettare che possa accadere qualcosa di simile…

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