La pena e la morte

Storie e Notizie N. 2323


C’era una volta la pena di morte.
Ma, prima ancora, c’erano una volta la morte e la pena per quest’ultima.
A prescindere.
Difficile, ovvero quasi impossibile per la maggior parte di noi provarla costantemente senza fare distinzioni.
Il peso delle distinzioni, già.
In ordine sparso, tragedia annunciata in due atti unici e contraddittori. Il primo: la fucilazione negli USA di Nidal Hasan sarà in diretta streaming. A seguire, sdegno e condanne da ogni dove. Secondo e, forse, conclusivo atto: annullata la trasmissione live dell’uccisione. Respiro di sollievo, magari? Eppure l’omicidio di Stato resta immutato. La lunga marcia della morte come pena procede inesorabile. E non è parimenti penosa, se non altro?
Ovviamente, empatia e compassione sono più libere di esprimersi qualora non vi sia alcuna ombra sull’abominio di tale barbara istituzione. Ecco perché non si può non provare anche rabbia e orrore dinanzi alla condanna a morte in Iran per un post sui social di Najmeh Amini, studentessa di 23 anni, accusata di blasfemia. Una pena facilmente condivisibile per una possibile morte assurda e folle, con l’altrettanto naturale speranza che venga in qualche modo evitata.
Ma stiamo parlando della morte, o anche dell’assurdità e della follia? E dove iniziano e finiscono queste ultime? C’è davvero un senso in questo controverso capitolo della storia umana?
In Arabia Saudita, anche Youssef al-Manasif, arrestato quasi dieci anni fa per aver partecipato a delle proteste quando era ancora un adolescente, dopo essere stato torturato per anni, è stato condannato a morte. Una pena atroce che comincia ben prima dell’eventuale esecuzione. E allora, quando ha inizio questo tipo di assassinio istituzionale? Dal momento dell’arresto? Ma non corrisponde all’istante in cui il condannato sparisce tra le pieghe dell’inferno che dovrebbe far restare tranquilli coloro che rigano dritto? Ed è forse anche per questo che ci si indigna così tanto – a ragione, sia ben chiaro – per un’eventuale diretta dell’atto finale?
Domande e dubbi, riflessioni e osservazioni che naturalmente lasciano il tempo che trovano. Dal canto mio, vorrei soffermarmi su un altro tipo di pena e un altro tipo di morte.
È colpa della pioggia, dicono alcuni. Ma la pioggia, è ancora un evento casuale?
Nel mentre, apro il giornale e volo in Pakistan per provare a mettermi nei panni di Ali, Omar e Bilal, ovvero nel grembiulino di Fatima, Noor e Ayesha, che pare voglia dire vivace e prospera.
Ma solo per pochi anni, al massimo tredici.
34 tra bambine e bambini, e il loro insegnante. Tutti morti.
Sei ancora così giovane, sei a scuola, al riparo, al sicuro. Lì dove si impara a vivere. Là dove si vive oltre i confini della casa di chi ti ama e su di te ha puntato il futuro, il presente e anche il proprio passato. Tutto.
Poi, ecco la pioggia. E il tetto, ciò che dovrebbe proteggerti da quest’ultima e ogni altra aggressione dall’alto, le più temute, crolla su di te. Su voi che avete avuto la sfortuna di trovarvi nella classe dalle mura più fragili.
La morte che inevitabilmente suscita pena. Anche perché frutto del caso, in teoria, al netto dell’incuria nel costruire la scuola stessa. Ma se il caso non è più imputabile in alcun modo per l’umana quanto ossessiva invadenza nel controllo del destino di ciascun essere vivente, cosa ci resta se non condannare un’intera specie?
Faccio mio cosa mi ha detto qualche giorno fa un ragazzino: forse dovremmo mettere in pausa il mondo come facciamo con i video e restare per un anno così, immobili, a guardarci e osservarci finché non capiamo fino in fondo quanto siamo diventati pazzi.

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