Quello che non vediamo
Storie e Notizie N. 2321
C’era una volta la punta dell’iceberg.
Che sbuca dove non dovrebbe trovarsi e tutti accorriamo con gli obiettivi dei cellulari che brillano al posto degli occhi. Perché la macchina è schiava dell’uomo e soltanto qualora si inceppi ti rendi conto di quel che sta accadendo. Ovvero, che è tutto il contrario.
C’era una volta, in altre parole, quello che non vediamo.
Al netto di ciò, l’emergenza, il gesto estremo - in breve, ciò che si merita la scena principe, attraente per click e attenzione -, occupa con veemenza i nostri pensieri.
Con altrettanta sintesi, quello che vediamo.
Come quando le iniezioni letali falliscono e ci ricordiamo che nella nazione più invadente del mondo – in tutti i sensi – i milioni di strenui difensori della vita futura, a costo di voler veder soccombere coloro che si preoccupano piuttosto di quella presente, sono gli stessi che si ergono a salvaguardia della morte. Della morte inflitta. Della morte come inevitabile punizione. Della morte giusta. Ma a condizione che sia spettacolare, e via con altri click a rubare occhi ed emozioni.
Quello che vediamo, esatto, tutti i giorni, quando la metaforica bomba esplode in diretta o tramite una confezionata differita.
Ma avresti conosciuto la vicenda di Christa Pike e soprattutto riflettuto sulla follia del sistema penale di alcuni Stati degli USA se la macchina non avesse fallito?
Non ci preoccupiamo di ciò che c’è all’interno di un cellulare finché le notifiche cantano a dovere e il monitor continua a nutrire incessantemente il nostro bisogno di contenuti virali.
Come quando un nostro simile compie azioni orribili e ci si affretta con indicibile ansia, oltre che interesse, a trovare una spiegazione spendibile, e alla fine si giunge alla più agognata delle definizioni: si era radicalizzato! Ecco perché, e metti nel mucchio, che alla fine porta bene a tutti.
Ma interessa a qualcuno come e cosa vivono coloro che celano nel cuore il terreno fertile su cui far germogliare la pianta dell’odio e della follia mescolate in parti secretate dalla comune indifferenza?
Nel mentre, quello che vediamo è signore e padrone del nostro tempo.
Esempio emblematico? Morte di un operaio. Morte bianca. Morte sul lavoro. Morte, morte, morte, e via con i titoli già scritti, gli articoli predefiniti, i modelli preimpostati e passiamo oltre, che l’investitore ormai è un algoritmo ed è pure incredibilmente esigente. Se non lo soddisfi, si intristisce e vai in perdita. Qualora poi anche tu sia un algoritmo, be’, allora che ti costa? Morte, morte, morte al centro.
Ma come vive ogni giorno quel disgraziato? E come vivono coloro che in questo momento sono aggrappati a un traliccio bramando il momento in cui torneranno ancora una volta a casa da moglie e figli? Chi lo vede?
Aggressione omofoba? Violenze, abusi e prepotenze? Ci sono le botte? Il sangue scorre? Hai pure il video?! Perfetto! Manda che andiamo in scena oggi stesso.
Quello che vediamo, già.
Nel mentre, ancor prima di arrivare all’epilogo peggiore, ciò che lo precede, simile a una strada disseminata di gesti, parole, sguardi altrettanto violenti, abusivi e prepotenti, agisce indisturbato perché lontano dagli occhi.
O meglio, da quelli di uno sguardo digitale.
È come a scuola, mi dicono le ragazze e i ragazzi che incontro ogni settimana.
Noi siamo i banchi vuoti dell’aula, dove la vita va avanti senza di noi.
Finché non facciamo qualcosa di estremo e allora diventiamo protagonisti della storia peggiore. Quella a cui preferisci l’invisibilità a cui sei abituato.
C’era una volta, quindi, quello che vediamo.
Di cui discutiamo e per cui ci azzuffiamo.
Per cui votiamo e costruiamo il nostro destino.
Mentre quello che non vediamo.
È tutto ciò che conta davvero per trovare le risposte e le soluzioni che mancano…
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