Il bisogno del terrorismo

Storie e Notizie N. 1499

Eccomi.
Eccoci.
E’ proprio lì, che provo a figurarmi.
Esattamente in quel punto, dove immagino i molti.
Nell’attimo in cui scrivo.
Nel momento in cui si sa poco o niente.
Istante che sarà pressoché identico alla fine della storia, malgrado le parole saranno state vomitate del tutto e le immagini più cruente avranno

ricoperto per intero occhi e virtuali bacheche, monitor e porzioni di memoria ancora violentabili.
La bomba, certo, quella c’è.
Le vittime pure, ovviamente, defunte o solo ferite, altrimenti non saremmo qui, adesso.
Ovvero, al meglio, il motivo sarebbe molto meno triste.
Altrimenti, presumo che in tanti si guarderebbero bene dall'allargare la finestra della loro curiosità sull’ennesima scintilla di inferno piovuta sul lato favorevole del mappamondo.
Nondimeno, più di ogni altra cosa, c’è la scena familiare.
Esplosione, esistenze cancellate o messe a rischio e quest’ultima, l’ambientazione amica.
Eccola, la miscela amaramente ideale per catturare immediatamente l’attenzione dei più.
Ma è solo l’introduzione, no?
Il trailer perfetto per condurci in sala.
A pagare il biglietto dell’immondo spettacolo.
Lo sconvolgente incipit che deve portarci inevitabilmente alle conclusioni attese.
Le più tranquillizzanti, paradosso tra i paradossi della narrazione contemporanea.
Eccomi, quindi.
Eccoci, allora.
E’ a questa riga del tragico racconto in diretta che iniziamo a provarlo.
Un apparentemente segreto, inconfessato bisogno.
Non è stato solo un incidente, vero?
Non ditelo, vi prego.
Non lasciate che anche il destriero di ferro e ritardi, che al massimo suscita frustrazioni e ansia, rientri nei nostri incubi sociali.
No, il treno no.
Il pericolo di vita non può essere lasciato al caso, non dalle nostre parti.
Il colpevole è fondamentale, deve esser reso noto, altrimenti l’insopportabile giallo sopravvive a se stesso e corrode da dentro un cuore già messo a dura prova dalle medesime parole con cui viene raccontato.
Terrorismo, vero?
Lo sapevo.
Lo sapevamo.
Perché, in fondo, lo speravamo laggiù, nella zona più oscura della nostra coscienza, ottenebrata ad arte dai produttori di angosce digitali.
Ma non è finita qui, giusto? Non siamo neanche a metà del maledetto film.
Mancano le risposte, le solite, indispensabili per riaccendere finalmente le luci.
Non importa come, non conta chi, va bene ogni mezzo.
Ma diteci che si tratta di musulmani.
Ditelo, e finiamola anche stavolta.
Scrivetelo quel nome assurdo, impronunciabile, sbagliato nella lingua nostrana, eppure perfetto nel rassicurante quadro generale.
Per favore, fate in fretta, tanto un secondo dopo l’avremo dimenticato.
Così come faremo con il suo volto.
Mostratelo al più presto, su ogni prima pagina, in testa ovunque, a monito dei buonisti del giorno prima e degli ingenui fautori di società minimamente socchiuse, figuriamoci aperte.
Vi prego, arriviamo alla consueta sigla e agli abituali titoli di coda.
Non sia mai che si sospetti sia accaduto qualcosa di diverso dall’ennesimo attentato di chiara matrice islamica.
Qui, come ieri, oggi.
E in ogni altra parte del mondo.


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