giovedì 7 febbraio 2019

Lavoro sporco

Storie e Notizie N. 1635

C’era una volta la libertà.
Ah, che potente invenzione.
Nelle mani di chi la concede e soprattutto di chi la racconta.
A questo proposito, recita così uno stralcio del recente, consueto rapporto annuale da parte di Freedom House sulle condizioni di libertà nel mondo: gli approcci punitivi all'immigrazione si traducono in violazioni dei diritti umani da parte delle democrazie, come il confinamento indefinito dell'Australia delle persone giunte via mare in squallidi campi nella remota isola di Nauru, la separazione dei bambini dai loro genitori detenuti dagli Stati Uniti, o l’imprigionamento dei migranti da parte delle milizie libiche per volere dell’Italia - che a loro volta offrono ulteriori giustificazioni per politiche più aggressive nei confronti dei rifugiati in altre parti del mondo.



È la libertà, bellezza, la quale da che mondo è mondo è addirittura un’arma, il cui utilizzo da parte del governo di turno caratterizza l’intero paese.
Nel nostro caso, addirittura sin dalla sua nascita.
Difatti, per noi altri, tale privilegio, il quale ci rende sulla carta nazione fortunata rispetto alle cosiddette dittature del pianeta, storicamente consiste nella libertà di affidare ad altri i compiti più sgradevoli.
Mi riferisco al dire e il fare di cui ci si vergogna, ma è tutta roba che alcuni tra noi desiderano da sempre dire e fare.
Tuttavia, non è di certo nel DNA di questa terra il prendersi direttamente la responsabilità del marciume che ristagna dentro.
Ecco perché esistono i buonisti, ma non i loro detrattori, ovvero gli infami senza ritegno, i radical chic che peccano di ipocrisia, ma non gli individui volgari nel verbo come nell’animo, i sinistroidi con il portafogli sul cuore, ma non quelli che il borsello rigonfio ce l’hanno eccome anche loro e si guardano bene dallo spiegare come li hanno guadagnati, quei denari.
Perché tanto, c’è sempre qualcuno che al posto loro farà quello che dev’esser fatto, ma che quando lo schifo vien fuori, nessuno ne sapeva nulla.
Allora, parlando del secolo scorso, ecco l’ex fascista che diventa democratico e cristiano, grottesca quanto paradossale mutazione, il quale a suo dire non aveva di certo idea di cosa facessero i nazisti agli ebrei.
I decenni si sono susseguiti, per questo strano tipo di repubblica costruita sulle parole più convincenti, piuttosto che sull’evidenza dei fatti, ma il gioco delle parti è rimasto identico.
Luigi Di Maio interpreta, o almeno vorrebbe interpretare - secondo il copione vigente - la voce del cittadino medio.
Giuseppe Conte è il moderatore sul campo, una figura fondamentale, e agisce un po’ come i presentatori classici dei varietà nostrani, sempre pronti a tamponare le eventuali esuberanze dei comici più irriverenti.
Ma è Matteo Salvini che vive il ruolo più appagante, almeno per lui.
Fare il cattivo a teatro, come nei film, è uno spasso, perché hai il permesso per una volta di mostrare e sfoggiare il peggio di te, e venire perfino pagato e applaudito per questo.
È un tipo di libertà quanto mai ambita, sopita nella coscienza di ogni essere umano, che oggigiorno, a forza di confondere il vocabolario della nostra decenza, siamo incredibilmente riusciti a trasformare in qualcosa di normale.
Ecco perché a chi guida il nostro paese di questi tempi non basta più delegare ai soldati della milizia libica l’opportunità di sfogare i propri disumani istinti sulle creature più indifese del mondo.
Il vero problema è che a forza di frequentare la viltà e la pusillanimità, non abbiamo capito che neanche fare i crudeli con i deboli è definibile una forma di coraggio.
Tutto l’opposto.
In quello siamo bravi, lo siamo sempre stati.
E che sia il nostro governo, o qualcun altro a fare il lavoro sporco per noi, il giudizio della storia sulle nostre azioni non cambierà.


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