Passa ai contenuti principali

A sei mesi da te

Storie e Notizie N. 1895

Mi chiamo Joseph, vengo dalla Guinea, vengo soltanto ma non arrivo, non accadrà mai, e anche questo era scritto. Ma non da me, mai da me. Sono morto, eppure sono qui, a sei mesi. A sei mesi dalla riva che ho lasciato e da quella che ho solo immaginato. Il mio ultimo respiro, quale unica consolazione, mi ha abbandonato mentre riposavo tra le braccia di qualcuno che mi ha cercato e trovato, a dispetto di coloro che mi hanno invano dimenticato e cancellato. Tra braccia aperte è tutto finito, figurativamente nell’inglese accezione, e assai di più nell’unica interpretazione che davvero conti, quando le luci si spengono e rimani solo dentro di te: umanamente, già avverbio ormai desueto nel virtuale vocabolario dove la parola più cliccata è indifferenza. Ciò nonostante, le frasi non dette al momento che contava, ovvero prima, e le azioni necessarie e mai compiute allorché avrebbero davvero salvato il resto del racconto, trovano corpo lo stesso, a sei mesi da un sogno chiamato vita che è tale per tutti. O almeno così dovrebbe essere. Sai? È preoccupante se non capisci questo semplice concetto, che è premessa di ogni azzardo vivente. Questo vorremmo essere tutti, a sei mesi o a qualsiasi altra distanza dall’inizio come dalla fine: felici o anche solo talvolta sorridenti, sazi e realizzati, ovvero di tanto in tanto sollevati. È ciò che vorremmo tutti nelle prime pagine del rispettivo viaggio. E poi vada come vada, ma che possa andare al di là di un pugno di istanti. Sei mesi, sto parlando di questo, mi comprendi? Mi vedi? E se non mi vedi e tanto meno mi comprendi, mi senti? No, non servono orecchie e occhi, intelletto sopraffino e anni di studi. Chiunque abbia cuore che ancora rintocchi nel silenzio del petto, vibrante del respiro più consueto al mondo, dovrebbe essere in grado di percepire cosa si provi a sei mesi dalla possibilità di superare tale inaccettabile confine. Ebbene, nel qual caso dovessi dimostrarti inaspettatamente cieco e sordo innanzi a tale essenzialità del vivere, sappi che di norma alla fine di una vita, come narrano nei romanzi o nei film che non leggerò e mai vedrò, capita che ti scorra davanti agli occhi l’intera esistenza. Ecco, a sei mesi da ogni cosa, perfino dalla mera capacità di pronunciare il meritato discorso di commiato al mondo, quel tempo dura un secondo, ma in quell’istante è come l’esplosione della bomba più micidiale che si possa immaginare. L’indicibile collera di almeno metà di un intero pianeta deflagra contemporaneamente. No, non sei il solo a urlare in quel maledetto momento. L’incalcolabile pena di miliardi di famiglie il cui futuro viene ridotto in cenere con una chirurgica sistematicità, che attribuire al destino dovrebbe essere punibile con l’ergastolo, si fonde in un solo inaudito lamento. No, non sei il solo a piangere in quel dannato giorno. E il cocente rimpianto per ogni singolo secondo mancato per ogni vita mancata, la cui moltiplicazione batte di gran lunga l’infinito che finora avete conosciuto, si concentra in un assordante pugno sull’altare della moralità al quale sostieni di inginocchiarti. No, non sei il solo a protestare neanche in quell’attimo disgraziato. Ora lasciami finire, finché ho ancora tempo nel tuo tempo. Sarò conciso, perché la brevità è la sola condizione che conosco. Lo spazio concesso tra un compagno di viaggio e l’altro in un vascello di sfortuna, più che il contrario. La quantità di aspettative sull’arrivo e anche oltre. Ecco, perfino oltre è una parola ardita e pericolosa, perché non ti puoi illudere quando sai che perfino a sei mesi dalla vita più normale corri il rischio di fermarti. Mi chiamo Joseph, sono nato in Africa nella nazione chiamata Guinea. Ma ora è come se tutto ciò non fosse mai accaduto. Per poco. Per un pelo. A una manciata di chilometri dalla terra promessa a tutti, com’era nei patti mai rispettati da un’unica sopravvalutata specie. A un soffio da qualsiasi possibilità, giorno, ora, perfino il più insignificante e banalissimo frangente trascurabile a ogni latitudine. A sei mesi da tutto e tutti. Nessuno si senta sufficientemente lontano da me, a sei mesi da te.

Iscriviti per ricevere la Newsletter per Email

É uscito il mio nuovo libro: A morte i razzisti

Commenti