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Contro i virus si può vincere solo insieme

Storie e Notizie N. 1896

Novembre, 2020.

Abbiamo vinto. Anche stavolta abbiamo vinto. Perché siamo ancora vivi. Perché sopravvivere è il nostro trionfo. E la semplice vita quotidiana, che segue tale inaspettato e tutt’altro che scontato primato, è il premio.

La prima volta che il virus è apparso e ha fatto udire il suo ruggito nel mondo, il nostro mondo, immensamente più tangibile e vasto del vostro, è accaduto in un altro paese. Un’altra nazione. Di umanità differente e al contempo simile, identica per sottovalutate preziosità del vivere e incomparabile per sopravvalutate inezie. Nondimeno, nessuno di noi altri si è mai sognato di considerare quelle genti alla stregua di crudeli macchinatori del male altrui o perfidi untori del prossimo. Perché da queste parti l’odio privo di senso ha un prezzo altissimo e quando sei costretto ad acquistarlo, sappiamo bene come finisce la storia. Per la cronaca era il giugno del 1976 e nella suddetta terra, a noi sorella e vicina, in quasi 300 furono infettati dal più invisibile nemico dell’uomo, di dimensioni trascurabili e pericolosità proporzionalmente inversa. Almeno la metà perirono e la paura iniziò a germogliare in tutti noi. Perché un’altra cosa che abbiamo appreso col tempo è che quando la sfortuna si abbatte sui popoli affini, essa sa essere più contagiosa di qualsivoglia malattia. È un vero peccato che non accada altrettanto con la buona sorte. Da allora, per più di vent’anni la microscopica fiera ha viaggiato da una vita all’altra, da una morte a quella maggiormente prossima. Sapevamo che prima o poi ci avrebbe raggiunti. Perché è così che fanno tali mostri affamati di vita. Sono pervasi dall’insopprimibile ambizione di azzannare il respiro pulito, invadere il sangue che scorre libero e divorare le carni ancora prive di ottuse catene. Volevano noi, tutti vorrebbero essere come noi, in fondo. Per questo ci temono, per tale ragione talvolta ci respingono, per questo ci derubano di futuro. Perché noi lo siamo per davvero, vivi.

La prima volta in cui ci siamo scontrati con tale temibile avversaria è stata nell’ottobre del 2001. Solo un mese dopo che la parte del pianeta solitamente meno funestata dal sadico burattinaio chiamato destino aveva assaggiato un po’ dell’orrore che alle nostre latitudini è quotidiana sceneggiatura. All’epoca eravamo già una repubblica, convinti che ciò bastasse ad affrontare ogni avversità e ignari di trovarci soltanto alla prima puntata di una lunga guerra. In nove mesi, esattamente pari al sacro tragitto che ciascuno di noi compie da un minuscolo lampo nell’oscurità - potenzialmente d’amore – sino al giorno in cui tutta la luce del mondo inonderà il nostro viso, in 44 ci hanno lasciato. Sembrano pochi, già. Ma a questi lidi la conta degli scomparsi è assai più complessa e variegata, e quelli dovuti ai colpi di un virus mortale sono solo una relativa porzione del computo finale. Abbiamo vinto quella prima volta. Perché come già detto, alla fine, alla luce del giorno seguente, eravamo ancora qui. La vita, il premio di cui sopra, ha ripreso il suo corso e noi altri a celebrarne i doni. Ma sapevamo, perché sappiamo, che la lotta continua, sempre, incessantemente. Apri gli occhi al mattino ogni sacro giorno, e non li chiudi finché non devi. Perché c’è una belva inferocita là fuori, e ti prenderà, un giorno lo farà. Quel giorno sarà notte. E qualcun altro si sveglierà al tuo posto l’indomani, per te, noi in lui e lui in te.

La seconda volta la faida è iniziata nel dicembre del 2002 ed è durata quattro mesi. In 128 sono passati sull’altra riva della vita. Non prima di averli abbracciati, omaggiati, salutati, ma mai dimenticati. E abbiamo vinto, ancora. Ancora vivi, o sopravvissuti, che per noi sono sinonimi.

La terza sfida è durata poco più di un mese e nel dicembre del 2003 abbiamo prevalso di nuovo, lasciando sul campo 29 tra sorelle e fratelli, figli e nipoti, carissime e amati andati.

Nei due anni successivi abbiamo cullato l’illusione che lo scontro si fosse concluso del tutto e poi, nell’aprile del 2005 tutto è ricominciato. Un mese dopo abbiamo cantato vittoria, per noi e per i 10 che non ce l’avevano fatta.

Nel 2007 eravamo diventati una repubblica democratica e questo ci aveva reso più fiduciosi in noi stessi e nel futuro. Ma i virus della nostra fede se ne fregano e il nostro è tornato ad avvelenarci per la quinta volta. Insegnandoci che tocca a noi dimostrare a chi si metta sulla nostra via che ciò in cui crediamo è più forte anche di noi stessi. Fu un trionfo pure allora, malgrado perdemmo ben 187 compagni di viaggio.

Il sesto attacco fu nel dicembre del 2008 e durò circa tre mesi. 14 vite fu il riscatto che il virus richiese per dichiarasi sconfitto. 

Il settimo combattimento ebbe inizio nel giugno del 2012, andò avanti per cinque mesi e in 29 caddero sul campo di battaglia.

Da agosto a novembre del 2014 il virus si prese 49 dei nostri e da maggio a luglio del 2018 le perdite furono 33.

Nove volte, capite? Ci sentivamo invincibili. Vulnerabili, ma imbattibili. Sicuri di noi stessi, dell’inspiegabile forza che scorre nel corpo e della sua sorprendente efficacia quando il nemico si fa sotto e ti carica con tutta la violenza di cui è capace. Perché sapevamo di poter sopravvivere, perché eravamo già morti, eppure ancora vivi. Solo che i virus questo non lo sanno, per questo ritornano, per questo non dovresti mai abbassare le difese e sentirti del tutto al sicuro.

La decima volta era l’agosto del 2018 e in più di duemila furono uccisi senza alcuna pietà. Perché quest’ultima puoi aspettartela solo dai tuoi simili. E se anche da loro non arriva, be’, stai messo proprio male. Ci sono voluti quasi due anni per mettere fine al massacro e alla fine abbiamo gioito, ma stavolta in silenzio, con moderazione e rispetto. Per i defunti, ma anche per il nemico. Perché anche questo è ciò che può salvarti oggi e ogni domani che verrà.

Difatti, quando il virus ha provato a rialzare di nuovo la testa per l’undicesima volta, lo abbiamo ricacciato in fondo da dove è arrivato e sulle sue macerie abbiamo innalzato la sola bandiera che conti. Si chiama salute, salute per te e salute a te, ovunque tu sia.

Per ora, abbiamo vinto. Questo vuol dire che è possibile vincere. Che si può sopravvivere all’Ebola e a ogni altro virus. Perché noi siamo la Repubblica Democratica del Congo, ma siamo come voi. Siamo vivi. Sappiamo cos’è la morte. L’abbiamo conosciuta. E siamo sopravvissuti. Perché per il premio chiamato vita vale la pena lottare ogni santa volta. Ma insieme, solo insieme si vince. E si perde.

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É uscito il mio nuovo libro: A morte i razzisti

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