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L’abitudine all’inverso

Storie e Notizie N. 1978

C’era una volta l’abitudine all’inverso, di cui parleranno nel futuro, il quale ora si chiama presente, ma come tutti i suoi predecessori, è nato anch’esso nel passato.
Mi riferisco alla tipicamente umana facilità ad assuefarsi alle incoerenze del vivere da un giorno all’altro… ma che dico? Da un secondo al successivo, in barba a ciò per cui abbiamo lottato e sofferto sino alla morte come specie, popolo, nazione, città o comunità, scegliete voi a quanti vostri simili vi sentite di appartenere in questo momento della vostra vita.
A questo proposito sono dell’idea che la parentesi aperta dalla pandemia, la cui versione chiusa spero venga disegnata il prima possibile sulle pagine della nostra comune Storia, non ci abbia proiettato improvvisamente su un altro pianeta o in una differente dimensione. L’umanità di prima è più o meno sempre la stessa e il tempo del Covid è simile a qualsiasi tratto di sentiero più impervio del solito, il quale ti mette particolarmente alla prova, cosicché chi dà il meglio in siffatte occasioni, risulta utile a se stesso e al prossimo, mentre al contrario… eccetera.
La differenza è che in questo tunnel ci siamo entrati a miliardi nel mondo, anche se molti nostri simili non hanno fatto altro che sommarlo a tutti quelli precedenti, che per loro non sono affatto chiusi tra parentesi. Ci vivono da sempre in un tunnel perché ci sono nati, e alla fine del loro non v’è mai stata uscita o siamo proprio noi altri ad averla soffocata con la nostra immondizia.
Ma vi parlavo dell’abitudine al contrario, che di questi tempi sembra aver acquisito una connotazione letterale a dir poco sorprendente.
Parto dal dettaglio maggiormente banale, che ci vede sollevati qualora l’esito del tampone sia negativo, a dispetto del positivo, malgrado la percezione popolare sia di norma l’opposta in ogni altro ambito.
Difatti, stavolta nell’accezione comunemente acclarata, viene ritenuta positiva ogni modalità di relazione tra noi che ha ben poco di confortante, sano, in una parola umano.
A distanza è preferibile a in prossimità o, nell’espressione attualmente in voga, in presenza.
Fare gruppo, stare insieme, tanti che diventano uno, che sia folla o meno, uguale violazione, rischio, pericolo.
Mentre isolamento, solitudine, muri ovunque tutt’attorno, per quanto in ambiente pulito e opportunamente ventilato, significano salute e sicurezza.
Toccare, baciare e abbracciare, pelle che sfiora, corpi che annientano qualsivoglia soluzione di continuità con l’altro che non corrisponda ossessivamente al tanto sopravvalutato se stesso, è nuovamente il più dannato dei tabù, cancellando in un baleno secoli di dolorosi sacrifici e sanguinose vittorie come quando si preme un pulsante sul computer e ci si chiede: avrò salvato davvero tutto di ciò che c’era prima?
Sul serio, me lo sto chiedendo ora: abbiamo fatto una copia del meglio che avevamo prima di indossare mascherine e salutarci con pugni e gomiti come se ci avessero mozzato le mani?
Perché l’abitudine all’inverso, per quanto sbagliato e dannoso, è una patologia umana a tutti gli effetti che ha origini millenarie. Si ripete nel tempo ogni qual volta la società vigente, ovvero noi tutti, finisce per impigrirsi e adattarsi a ogni singola contraddizione che richieda come minimo lo sforzo di alzarci dal divano per pronunciare la più sottovalutata delle brevi parole del nostro vituperato vocabolario: no.
Per esteso, un esempio non del tutto casuale, no, tutti ma non lui come presidente della Repubblica… e non serve neppure farne il nome, talmente è grottesca tale eventualità.
Sapete, come molti di voi non sono capace di prevedere come andrà e cosa ci aspetta all’indomani di questa notte che sembra non voler finire, ma dal canto mio mi sto impegnando alacremente a salvare nella mia memoria tutto ciò che di buono presumo di aver fatto, sperimentato, capito, in generale vissuto da solo e insieme al prossimo, così come quello che ho visto fare, sperimentare, capire e vivere osservando quest’ultimo.
Perché, come è già accaduto nel passato, alla stregua di quel che va in scena ora, e di sicuro si ripeterà nel tempo chiamato domani, tale prezioso insieme di ricordi è l’unico vaccino che è in grado di proteggerci dal peggiore e più sottovalutato dei virus.
Si chiama, guarda caso, all’inverso: oblio e lo scrivo qui alla fine per tenerlo a mente meglio di tutto il resto.

Vieni ad ascoltarmi sabato 12 febbraio 2022 alle 17.30, Libreria Lotta, Roma

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