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La guerra alle porte

Storie e Notizie N. 1985

La guerra.
Se facessimo un veloce brainstorming su quest’ultima possiamo concordare sul fatto che le parole maggiormente comuni che verrebbero indicate sarebbero le stesse a ogni latitudine.
Tra esse di sicuro ci sarebbero armi e soldati. Quindi morti e feriti e di seguito battaglie, scontri e trincee, massacri e tragedie, orrore e distruzione, e così via. Ma le prime due sono essenziali, categorie dalle quali non è possibile prescindere.
Perché senza di esse, sin dalla primissima alba della violenta e crudele Storia dell’umanità non esiste guerra.
Nondimeno, col tempo abbiamo imparato tutti, ovunque, ad abituarci ogni giorno di più all’idea che non possa esistere pace senza le suddette: armi e soldati.
Per i più comportano altri vocaboli, a cui tutti teniamo, a prescindere dalle origini, dal presente e il futuro, oltre che il passato: sicurezza e tranquillità, protezione e difesa. Sintetizzando in un solo scontato lemma, pace.
Ora, compreso il sottoscritto, in questi giorni in molti a vari livelli di influenza e responsabilità degli eventi in corso e delle vite in gioco stanno parlando di guerra possibile, l’ennesima in Europa, solo un secolo fa teatro di due dei più atroci conflitti della storia. Ed è stato sufficiente soltanto per le due parole di cui sopra: armi e soldati, nella fattispecie appartenenti alla Russia, in crescente dispiegamento ai confini dell’Ucraina.
Armi e soldati chiamano altre armi e altri soldati, per tradizione avversi, ed ecco che monta l’angoscia per il più terribile tra gli inferni in terra che è stata capace di realizzare quella dannatamente sopravvalutata specie di bipedi alla quale ahi noi apparteniamo.
Armi e soldati, già.
Eppure, come quest’articolo fa giustamente notare, assieme a ciò che accade in Ucraina i pacifisti del mondo dovrebbero prestare attenzione anche all’espansione militare che da tempo proprio i Russi stanno operando in Africa, particolarmente in questo periodo nel Sahel.
Ciò mi induce a condividere con voi l’enorme elenco di postazioni belliche, perché di questo stiamo parlando, che i Paesi più agguerriti del pianeta posseggono all’estero e che stanno aumentando invece che diminuendo.
Ruba l’occhio e al contempo le prime pagine la preoccupante ambizione cinese di portare alla stregua di americani e russi le proprie affilate baionette oltre confine. E non a caso ciò va di pari passo con la sua politica colonialista - neo, post, scegliete voi il prefisso – come quella che da anni sta sviluppando sempre in Africa.
Ma ovviamente, il modello da imitare e possibilmente sfidare sono sempre loro, gli USA, con ben 750 strutture militari in 80 nazioni e territori in tutto il mondo. Nessun altro Paese nella Storia umana ha avuto una presenza così dominante sulla terra.
Poi ci sono gli antenati del vecchio continente, giacché il Regno Unito si difende – se mi si lascia passare la grottesca scelta del verbo – con 145 istallazioni militari in 42 nazioni.
Nazioni come la nostra, magari, i cui caccia balle estremo destrorsi, puntualmente nei periodi pre-elettorali, cianciano di sovranità e confini inviolabili per giustificare la propria xenofobia, ma evitano di far menzione della presenza spaventosa di testate nucleari statunitensi che friggono quotidianamente sotto i nostri piedi.
Nell’elenco di cui sopra seguono moltissimi altri Paesi, oltre alla già citata Russia, anche la Francia e la Turchia, l’India e l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi e – per non farci mancare mai nulla – anche l’Italia.
E come non citare il nostro fiore all’occhiello in Libia, con tutto il bene che abbiamo fatto e ancora facciamo da quelle parti?
Armi e soldati, ecco su cosa si basa la nostra attuale, fragile idea di pace, a una sola virgola da tutto il resto che aborriamo e paventiamo nelle giornate dedicate al ricordo.
Forse dovremmo cominciare tutti a rammentare, allora, che la guerra è già alle porte ovunque e l’abbiamo portata o fatta entrare noi...


Vieni ad ascoltarmi sabato 12 febbraio 2022 alle 17.30, Libreria Lotta, Roma

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