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La guerrà è già iniziata da tempo

Storie e Notizie N. 1981

Siamo tutti Ucraini, così potrebbe avere inizio l’incipit di questo pezzo.
Magari lo saremo un giorno non auspicabile affatto, qualora lo scenario peggiore si realizzi.
Forse lo siamo comunque, a prescindere da dove ci collochiamo nel gioco delle parti tra semplici spettatori presunti distanti e protagonisti principali del dramma, per quanto trascurati nel virale racconto di quest’ultimo.
A riprova di ciò, fateci caso: laddove in merito a qualsivoglia conflitto si rifletta a posteriori, relativamente al sicuro tramite salva coscienze a buon mercato come lo scorrere del tempo e la naturale dissolvenza dei sensi di colpa, ciascuno di noi si ritrova a mettere in primo piano la conta di morti e feriti e il conto pagato dai sopravvissuti; l'eredità del dolore sulle spalle dei discendenti e di chi porterà per sempre nelle orecchie l'eco di fuoco e sangue.
Sto parlando dei famigerati civili, già. Gli abitanti, certo. La gente come noi, i cittadini, vecchi, donne e bambini, al netto dei prodi soldati al fronte, come si diceva una volta.
Ciò nonostante, trattasi di importanza attribuita con il senno della differita, che ci assolve da ogni tipo di responsabilità e ci permette di puntare il dito sui cattivi e sentirci parte sana e salvifica: gli eroi, i buoni, gli altri, tutti tranne loro, gli assassini della Storia.
Come nel comunque lodevole incontro con un sopravvissuto ai campi di concentramento del secolo scorso a cui ha partecipato di recente mio figlio: si cementifica ulteriormente il ricordo degli orrori del passato e si inchioda al muro il male personificato, nelle tradizionali vesti del gelido e sadico soldato nazista. Allo stesso tempo si dimentica ancora una volta che ricordare non vuol dire costruire memoria. L’unico modo per farlo per davvero, in modo da non ripetere nel futuro i medesimi errori del passato, richiede il coraggio e l’onestà di raccontare ai giovani nella medesima celebrativa occasione quante volte li abbiamo fatti e li stiamo tutt’ora facendo nel presente.
E allora, riprendiamo dall’inizio: siamo tutti Ucraini, ma adesso.
Per un attimo, nello spazio di una paginetta o due come questa, afferriamo la bozza della copertina del romanzo sull’ennesimo, possibile conflitto nella tanto vituperata vecchia Europa, e spostiamo i Russi e le minacciose truppe di lato; sull’altro releghiamo gli Americani e la Nato, sinonimi di fatto, realtà distinte in fase di promozione e marketing del volume. Al centro, nel mezzo che conta, lasciamo loro. Coloro che più di tutti pagheranno lo scotto dell’ottusa faida militare.
Pagheranno
Qui vi volevo condurre, lo confesso.
Ha ancora senso, nel terzo millennio, usare il futuro qualora si parli di acerrimi quanto atavici scontri tra intere nazioni così simili e vicine?
Ricordo a tale proposito il punto di vista di un mio parente eritreo. Ero appena un ragazzo quando mi disse che il vero problema della guerra tra il Paese da cui era giunto in Italia il mio papà e l’Etiopia non è capire quando finirà, bensì quando è effettivamente iniziata.
Allora, senza per questo eccedere con azzardate similitudini tra nazioni, questioni irrisolte e conflitti del tutto differenti, faccio uno sforzo nella direzione dell’esortazione di cui sopra. Ci provo a sentirmi ucraino e leggo che da quelle parti la vita continua a prescindere da ciò che accada oltre confine e, soprattutto, tra le pagine dei giornali; tra chi pensa che non succederà nulla, perché non c'è modo che i russi possano prendere la mia città natale, poiché in quel caso combatteremmo. Quindi trovo anche chi non nega di pensare alla guerra, ma senza dimenticare che si deve lavorare e che si ha anche bisogno di divertirsi.
Le contraddizioni nell’affrontare il momento spiccano come non mai di questi tempi, tra i diplomatici inglesi e americani che scappano dal Paese e il governo che predica calma e tranquillità, perché a suo dire la guerra è già iniziata otto anni addietro con l’annessione russa della Crimea.
Non voglio assolutamente lasciare intendere con queste mie parole di sposare in assoluto tale rassicurazione ma, senza scomodare citazioni auliche e dotte, giocando ancora con i ricordi non posso fare a meno di rammentare la prima volta che al liceo ho sentito la prof di Storia ripeterci decine di volte nella stessa ora il medesimo concetto: in ogni epoca le guerre si fanno quasi sempre per denaro, per mere questioni economiche al riparo di proclami di ogni tipo, delle ricchezze in gioco e del potere derivante da queste ultime.
Be’, allora leggendo della quantità enorme di miliardi di dollari che stanno bruciando in questi giorni le borse di tutto il mondo soltanto in seguito allo spostamento da un punto all’altro dei soldati di uno schieramento o l’altro, per non parlare del peso enorme che hanno i media in merito al taglio e l’orientamento che stanno dando alla narrazione dei fatti, la guerra reale, quella che disintegra orizzonti e lascia disastrosi quanto indelebili segni nella vita delle persone, le quali si ritrovano da un giorno all’altro isolate e abbandonate, senza casa, prive di luce e di un impiego, è davvero già cominciata da tempo.
È solo che non fa notizia o Storia.
Tranne se sei ucraino o quando ti ci sentirai.


Vieni ad ascoltarmi sabato 12 febbraio 2022 alle 17.30, Libreria Lotta, Roma

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