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Non so

Storie e Notizie N. 2002

Non so.
Credo di non sapere più nulla, oramai, ovvero di capirci poco di ciò che accade attorno a me, oggi.
Ci sono momenti gradevoli, come quando leggo che in Messico, ben 500 anni prima di Cristo in una città che sul Monte Albàn ospitava 17mila abitanti, costoro avevano compreso e per giunta dimostrato che l’uguaglianza rappresenta la chiave del successo per tutti, dal singolo individuo all’intera comunità. Perfino allorché privi di acqua e di una terra fertile. Il tutto grazie a processi collettivi che partano unicamente dal basso.
Poi però mi rendo conto che non si tratta affatto della norma e che viviamo un’epoca in cui bugie e paradossi hanno assunto una natura talmente sfacciata e grottesca da non fare neppure più notizia. Indi per cui è assolutamente normale che il presidente del Brasile Bolsonaro, tramite il suo governo, premi se stesso e i suoi complici ministri con la Medaglia al merito indigeno, nientedimeno per i suoi presunti sforzi altruistici a favore dei nativi. Oppure che qualcuno possa convincere qualcun altro o addirittura i più che diecimila lavoratori migranti asiatici, sfruttati e maltrattati in Medio Oriente, muoiano ogni anno per mere cause naturali.
Nondimeno, come capita a tutti, sono le notizie a te vicine che ti toccano e a volte feriscono maggiormente.
Ripeto, sarà l’età o un male stagionale, ma trovo maggiore difficoltà a scovare il senso degli accadimenti, così come delle prese di posizione e delle iniziative pubbliche.
Come quando leggo le parole dell’ex partigiano Carlo Smuraglia quando dichiara che l’Ucraina va sostenuta anche con le armi.
Trattasi di persona infinitamente autorevole, per una marea di ragioni, se non per la sua di età, e forse è di sicuro il sottoscritto a non cogliere la sfumatura che spiega, motiva e giustifica questo o quello.
Non so, ripeto.
Perché in istanti come questo mi domando se tutti quanti coloro che esprimono un parere siano dotati di una connessione internet a banda minimamente larga. O, che perlomeno, lo sia la rispettiva predisposizione a confrontarsi con ciò che accade anche nel resto del mondo.
Si dà il caso difatti che solo il mese scorso, di fronte alla terribile crisi e relativa guerra nello Yemen e la contingente invasione dell’Ucraina David Beasley, direttore del Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite, ha rilasciato tale sconvolgente dichiarazione: “Non abbiamo altra scelta che prendere cibo dagli affamati per sfamare gli affamati.”
Il che tradotto significa che si dovranno razionare ulteriormente gli aiuti per i paesi poveri per aiutare anche i cittadini ucraini.
Ciò vuol dire indirettamente che ad aiutare quest’ultimi, pagando con la loro vita, con quella dei propri figli e dei propri cari, saranno come al solito gli altri disgraziati del mondo.
Mi riferisco in particolare a 17 milioni di persone nello stesso Yemen.
Sto parlando dell’Afghanistan, dove metà della popolazione si trova ad affrontare l'insicurezza alimentare, tra cui 8,7 milioni di individui a rischio di condizioni "simili a una carestia", mentre secondo l’ONU il 95% degli abitanti non mangia a sufficienza.
Sto pensando all’Etiopia, ovvero al Tigray, in cui vi sono 454.000 bambini malnutriti – più di un quarto dei quali gravemente – e 120.000 donne altrettanto deperite in gravidanza o in allattamento.
E ovviamente al Sudan del Sud, nel quale il 70% delle persone farà fatica a superare il prossimo periodo di esaurimento delle scorte e si stima che circa 8,9 milioni di persone, su una popolazione di 11,4 milioni, necessitino già di aiuti.
Scrivo e sottoscrivo per l’ennesima volta che ne capisco poco di ciò che sta succedendo.
Tuttavia, al netto di quanto elencato sin qui, se siamo veramente inclini a sostenere i popoli oppressi e ingiustamente affamati potremmo continuare a spedire armi a tutti – attività che facciamo già da tempo con esiti disastrosi - e sederci a guardare chi vince. Oppure, più o meno metaforicamente, potremmo tirar fuori il borsello e aprire il frigo per cominciare a inscatolare il superfluo.
Io avrei un’idea a riguardo, di certo sbagliata, ma presumo sia evidente ormai.


Vieni ad ascoltarmi sabato 9 aprile 2022 alle 17.00, Libreria Lilli, Roma

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