Di valanghe e superstiti consapevoli o meno

Storie e Notizie N. 1425

Otto persone, tra cui due bambini, sono state tratte in salvo nell’hotel seppellito da una valanga lo scorso mercoledì.
"Trovare questa gente ci fa sperare ulteriormente in altri superstiti", ha dichiarato una dipendente della Protezione Civile.
Superstiti…


Li guardiamo con affetto e comprensione.
Siamo in pena per loro ma al contempo gioiamo per

il loro respiro, l’abbraccio con i salvatori, il ritorno a casa, tra noi.
Che siamo da qualche parte e guardiamo e leggiamo di loro.
Di quelli che non ce l’hanno fatta e contiamo.
Quelli rimasti indietro, il peso del dolore, del vuoto riempito dalla valanga, sì.
Ma sull’altro piatto del destino ecco che arrivano loro.
I sopravvissuti.
Quelli che sanno, quelli che davvero hanno visto, quelli che c’erano, altro che chiacchiere.
Quelli che dovremmo ascoltare per primi e per ultimi.
I fortunati, malgrado tutto.
Vogliamo parlar di fortuna, allora?
Davvero?
Allora, di sicuro con molta meno ragion di parola, l’elenco dei nati con la camicia, addirittura già stirata e ben inamidata, è molto più esteso.
Quelli che avrebbero potuto essere lì, quel giorno maledetto, nell’ora sbagliata.
E quelli che avrebbero potuto venire cancellati dal film vivente in tutt’altro luogo, se solo la sceneggiatura avesse previsto altri sacrifici di regia.
Altre valanghe, senza polemiche, prive di strumentalizzazioni.
Perché il senso del discorso lo sappiamo tutti, qual è.
Per ogni sciagura naturale, c’è sempre qualcuno che avrebbe potuto far qualcosa.
Dopo, durante, al meglio prima.
Ebbene, vale anche il viceversa.
Per qualcuno tra noi, ovvero chiunque, esiste un castigo delle imprevedibili cose del mondo pronto a colpire.
Magari è già successo, magari qualcuno ci ha salvato a nostra insaputa, magari sta accadendo anche ora.
Magari scomparendo sotto una valanga per permettere a noi altri di essere il prospero spettatore sul versante sicuro della montagna.
Allora, se hai tempo, prova a guardare il resto del mondo da là sotto, dove il cielo è un ricordo e l’aria e i sogni che hai trattenuto nel petto sono tutto quel che hai.
Contali ora, i superstiti.
Osservarli adesso, tutti quelli che sanno cosa vuol dire vivere dove altri hanno perso.
E conta pure coloro che tra ottuso orgoglio e vanterie da bar hanno dimenticato.
Di aver avuto finora.
Solo un’immensa fortuna…


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Lasciatemi morire

Storie e Notizie N. 1424

Fabiano Antoniani, in arte Dj Fabo, in seguito a un grave incidente stradale è rimasto cieco e tetraplegico.
A 39 anni, malgrado molte cure, ha deciso di concludere qui il suo viaggio.
“Signor presidente della Repubblica, mi chiamo Fabo e vorrei essere libero di morire”. Con queste parole – qui il video – insieme alla fidanzata ha chiesto a Mattarella di esortare il mondo della politica a prendere una decisione riguardo alla cosiddetta legge di fine vita.
Chi mi conosce meglio sa che ho un rapporto con la morte basato sul panico assoluto, ma qui non si sta parlando del sottoscritto, di noi, voi tutti e di te che leggi.
Qui siamo nell’inviolabile regno dei diritti di uno e solo uno…


Lasciatemi morire.
Sono due parole.
Sono molte cose, in effetti.

E’ l’inizio di una storia, questa, può esser la conclusione di un’esistenza con esito triste, è probabile, ma dignitosa, amata da chi ancora ama e mai smetterà, più che mai accettata dalle uniche persone con diritto di precedenza.
Al contrario, è simile ad altre evenienze, private di dignità, odiose e inaccettabili.
E’ come se scrivessi un romanzo, mio, bello o brutto che sia, l’unico che avessi da raccontare e qualcun altro si appropriasse del privilegio di decidere l’ultima battuta.
Ed è anche come se finalmente arrivasse il giorno della nascita di nuova vita, tra me e chi mi accompagna, è qualcun altro oltre a noi ne scrivesse il nome.
E’ come se, dopo infinita prigionia in un corpo imbarazzato e timoroso di ogni movimento coerente, riuscissi con inimitabile coraggio a scendere in pista e a danzare e qualcun altro pretendesse non solo di scegliere la musica ma addirittura con quali passi librarmi.
Ed è perfino come se, superando altrettanta fragilità di cuore e nervi, trovassi inaspettatamente l’ardire di dichiarare i miei sentimenti all’anima adorata e qualcun altro si impadronisse della mia voce e in mia vece dicesse ti amo.
E’ come se, dopo una lite furibonda con l’amicizia di sempre, quella che non è mai stata più la stessa, ma sai che non ne avrai un’altra così, trovassi per buona sorte l’occasione di stringere di nuovo quella mano, al meglio abbracciarsi, e qualcun altro mi imponesse cosa dire e con quanta emozione nel petto.
Ed è pure come se l’ultima parentesi felice prima di un’esistenza falciata da un destino fin troppo severo potesse essere trafugata, riscritta e colorata.
Da qualcun altro che non sia io.
E’ come se, dopo che il mio passato e il mio presente fossero resi rarefatti da una memoria sofferente, qualcuno che non sia il fato osasse reclamare come proprio tutto il resto.
Leggi pure come il più inestimabile tra i capitoli mai scritti.
In breve, il mio futuro.
Lasciatemi morire.
Sono due parole, sono tante cose, d’altra parte.
Simili ad altre non così diverse come pensi.
Come lasciatemi vivere.
La mia fine…


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Il terremoto cos’è per la signorina Lancialunga

Storie e Notizie N. 1423

Oggi, mercoledì 18 gennaio 2017, alcune scosse di terremoto hanno colpito il nostro paese, con epicentro ancora una volta nella zona centrale, raggiungendo anche Roma.
Fin qui i fatti.
Ciò che segue è solo mera finzione…


Ne hanno scritto in molti, all’epoca, sicché lo faccio anch’io, malgrado mi avvalga di codesti tasti

unicamente per quella roba lì, uozzap o come si scriva.
Che poi, una che dice codesti non credo potrebbe mai aver fortuna sulle pagine ambite.
A ogni modo, mi riferisco a mia figlia Romina, nota ai più come la signorina Lancialunga, la bambina che vede lontano.

Che mancanza di fantasia, codesti giornali, devo dirlo, volevo farlo da tempo e colgo or ora l’occasione.
Solo perché ad appena dieci anni si classificò prima ai campionati nazionali di lancio del giavellotto, fatto il titolo, fatto il nome.
Già, fatto il titolo, fatto il nome, ma non la storia, quella vera.
Per noi altri, io e Alfredo, la vittoria era roba scontata, film già visto, libro già letto, ma – scusate la ripetizione – storia ancora da raccontare, quella vera.
Romina è nata speciale.
Fin dall’istante in cui si è accomodata nel mio ventre ho compreso che le distanze per lei erano convenzioni ingannevoli, parole rassicuranti per cuori tremebondi e al meglio concetti relativi per cervici particolarmente dotate, vedi il geniaccio tedesco.
“Piccola, mi senti?” le faceva Alfreduzzo, e poi prendeva a parlarle avvicinando il capo al pancione.
Bella voce, il mio lui, melodiosa, direi. E io iniziavo a danzare, dalla testa ai piedi.
“Stai ballando”, osservava Alfredo.
“No”, rispondevo come posseduta, “è Romina.”
Altra avvisaglia sulla peculiarità della piccola si palesò alle elementari, al primo incontro per i genitori.
“Signora, non riesce a star seduta e a occuparsi delle cose sue. E’ come se avesse la testa a nord, il cuore al centro e i piedi al sud…”
Codeste maestre… se sapessero quanto ci prendono, talvolta.
Romina me ne diede prova anni dopo, quando rientrò a casa anzitempo perché le scuole erano state chiuse a causa del terremoto.
“Hai avuto paura?” le domandai mentre mettevo su il pranzo per entrambe.
La signorina Lancialunga, allora sedicenne, mi fissò con i grandi occhi e poi mi lasciò roba sui cui riflettere.
E ora scrivere.
“No, nessuna paura e tutta quella del mondo.”
“Non capisco, Romina…” ammisi mollando per un istante i fornelli. Codesti ragazzi, se non li ascolti attentamente non capisci un fico secco.
“Cos’è il terremoto, mamma?”
“Scherzi? E’ quando la terra trema e crolla…”
“No, mamma. Il terremoto, per te, per noi che viviamo qui in una grande città, è il lampadario che oscilla per qualche secondo e un po’ di tremore di vetri e mobilio. Mentre scompaiono case e talvolta anche famiglie nel medesimo tempo. È così per tutto. La crisi e la guerra, il gelo di questi giorni e la calura estiva, la tristezza di un momento e una depressione incancellabile, come quella del mio compagno di banco, la connessione che salta durante la chat serale e la telefonata mancata con la vita rimasta indietro oltre oceano…”
Non proferii parola, trascrissi a mente e a cuore, già che c’ero e ci sedemmo a tavola, io e la bambina che ci vede lontano.
Codesti giornali.
Come le maestre, anche loro non hanno la più pallida idea di quanto talvolta ci prendano…


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Neve a Roma 2017

Storie e Notizie N. 1422

Signore e signori,
ecco a voi la neve, gelido dono del cielo.
Meramente quest’ultimo, per chi ci vede tutto e chi si accontenta di riempire l’occhio e il cuore con le naturali divinità.
No, non sta nevicando, adesso. Non ancora, perlomeno. Nessuna notizia in anteprima, a catturar clic e a lasciare indietro irritazione e delusione.
E’ solo una storia di attesa e timore.
Già, è un classico tra i più trepidanti preludi.
La neve è anche questo.
Un sogno da stringere tra le mani e con cui dar vita ad altri sogni di bianco colorati.
Al contempo, al peggio, la morte nel sonno per i senza tutto.
Se ci pensi, trattasi di paradosso banale e tra i più comuni.
Ciò che è paradiso per alcuni, probabilmente pochi, è l’inverso per tutti gli altri. Le due metà di un mondo sbagliato, ma solo se lo guardi dal lato giusto.
E se provi a mettere le cose a posto, ecco che ti ritrovi a marciare nella direzione errata.
No, non è facile.
Non è affatto evento plausibile che nevichi dove ciò accade di rado.
Così come l’arrivo della pioggia nelle terre bruciate dalla rassegnazione dei nati morenti e il ladrocinio dei furfanti travestiti da nazioni libere.
Tuttavia, anche questa è cosa risaputa. Gettando occhi tra i più piccoli troverai chi non si arrende e aspetta il miracolo terreno.
E allora, se neve dev’essere, che le lacrime del mondo si facciano soffici e pesanti come sovente accade, ma che siano identiche per tutti.
A coprire e congelar tutto, senza discriminare.
Mia candida regina, avvolgi gli occhi di chi vede solo quel che vuol vedere.
Ed è sempre qualcosa da odiare.
Paralizza le mani che stanno per colpire un attimo prima dell’imperdonabile gesto.
E fai lo stesso con l’incomprensibile disumanità che ha spinto a tanto.
Copri anche me, già che ci sei.
E aiutami a raggelare tristezze senza fine, affinché possa disfarmene da esse non visto.
Congela il cittadino e colui che forse non lo sarà mai, adesso, nello stesso quadro.
E con la tua fodera perfetta concilia loro il sonno in questa notte.
Hai visto mai che porti davvero consiglio.
Ricopri le anime indifese alla mercé di questo tempo, nascondile dove nessuno potrà trovarle e, con un pizzico di rivalsa, fai rabbrividire una volta per tutte chi nutre pancia e budella vendendo paure.
Per un istante rendici tutti uguali, tutti bianchi, ma davvero tali, che tranne i fantasmi e i lenzuoli che li adornano, nessuno lo è mai stato davvero.
E mentre siam così, confusi insieme in una gigantesca sfera di panna, mostraci quel variopinto mondo che ignoriamo.
Sotto, dentro.
Ti prego, sogno, dura quanto occorre.
Storia, vivi sino alla fine degna.
E tu, mia dolce neve, sì solo te stessa.
Perché quando ti scioglierai e scomparirai, come ogni volta che un racconto arriva al termine, alcuni se ne andranno con te.
Ma altri, forse pochi, ogni volta che ricorderanno questo folle giorno.
Proveranno calore e nostalgia per ciò che è stato.
E ciò che potrebbe ancora essere…


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Da Obama a Trump cosa si può fare ancora

Storie e Notizie N. 1421

Sulle cime del regno dal complicato potere e con armi innominabili, di mezzi senza limiti e luci accecanti, ma soprattutto ombre, un sovrano succede all’altro.
Obama lascia quel che Trump prende.
Sì può fare, esclamò all’inizio il primo, alla stregua del dottor Frankenstein nella parodia del compianto Gene Wilder. E l’abbiamo fatto, recita il suo commiato.
Cosa farà il secondo, è tutto ancora da vedere.
Ciò malgrado, quando i re si scambiano il posto, le reazioni più sorprendenti le puoi osservare tra le vite dei più inaspettati sudditi…

“Tanto è tutto inutile, papà”, fa la formica piccola, precisazione ridondante, ma utile alla bisogna.
“Ma di cosa blateri?” fa la formica grande, sorta di ossimoro fuorviante, laddove si pecchi di

un’eccessiva pignoleria sulle dimensioni.
“Di queste foglie, con le quali insistiamo nel riempire la stanza delle provviste. E non ricominciare con quella roba della cicala, che ne ho piene le antenne…”
“Figlio, il tempo passa, le api impollinano, gli stercorari puzzano, le libellule libellano, ma io continuo a non capirti…”
Libellano? Figurati io… a ogni modo, tu non mi capisci perché non segui le notizie, non navighi.”
“Ecco, adesso ci risiamo”, sbuffa il babbo. “Mi mancava un’altra delle tue idee strampalate. La settimana scorsa, dopo aver visto quel film di super eroi, ti sei messo alla disperata ricerca di una qualche fonte radioattiva, per… come hai detto? Ah, mutare, sì, mutare. Ora vuoi navigare? E cosa fai, muti in un motoscafo?”
“Papà, se un tizio diventa uomo formica, io potrei trasformarmi in una formica uomo, te li figuri i vantaggi? Hai voglia a portare foglie sotto forma di bipede presuntuoso. Comunque, non intendevo navigare in quel senso. Stavo parlando del web, cioè della rete…”
“Figlio, quante volte te lo devo ripetere di non parlare di lui?”
“Ma non sto parlando del ragn…”
“Figlio, noi non pronunciamo il suo nome!”
“D’accordo, ma non mi riferisco a Tu sai chi cuce le trappole…”
E con esse ti inchiappetta, dilla tutta.”
“Facciamo che l’ho detta, ma comunque non mi riferisco a lui quando parlo di rete, bensì di internet.”
“Diavoleria umana? Peggio mi sento.”
“Ma no, papà, lì si trovano un sacco di cose e se ne capiscono altrettante. Dobbiamo essere informati su quel che accade sopra le nostre teste, per porvi rimedio prima che sia troppo tardi.”
“E cosa sarebbe accaduto, di grazia?”
“Cosa sarebbe accaduto? Ma papà… gli umani della colonia più potente al mondo hanno eletto un nuovo re.”
“E allora?”
“Allora? Padre, quest’ultimo è una creatura pericolosa.”
“Che ci importa a noi? Mica siamo umani.”
“E cosa c’entra? Credi forse che se i bipedi incoscienti ci portassero alla glaciazione anticipata non schiatteremmo pure noi altre?”
“Se è per questo, schiattiamo pure se finiamo le provviste, quindi risparmia il fiato e sbrighiamoci a tornare al formicaio, che la giornata è ancora lunga.
“Ma papà, tu non capisci…”
“No, sei tu a non capire, figlio.”
“Cosa?”
“Che come le nostre regine, i re umani cambiano, lo hanno sempre fatto e accadrà ancora. Una volta ci sarà quello buono, un’altra quello cattivo, quindi quello corrotto e poi quello debole, quello guerrafondaio e quello mafioso, quindi quello sadico e sì, anche quello pericoloso.”
“Che vuoi dire con questo? Che noi altri siamo solo delle formichine e dobbiamo assistere impotenti alle trame dei bipedi megalomani?”
“Nulla di tutto questo. Non stiamo affatto assistendo impotenti ad alcunché. Per la precisione, ci stiamo procurando il cibo per sopravvivere.”
“Allora è questo il nostro unico scopo? Sopravvivere?”
“Figlio, per molti di noi, questa è la sola vita possibile. Ma in ciascun istante che ci attende una cosa la possiamo fare.”
“Quale?”
“Possiamo fare tutto, ogni giorno, meglio di quello precedente, affinché i re passino una volta per tutte, e la terra ritorni nelle mani di chi al riparo di quest’ultima lotta e resiste.”


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