giovedì 23 maggio 2019

Breve storia di una Mafia chiamata Stato

Storie e Notizie N. 1650

Il 23 maggio di ventisette anni fa ha avuto luogo la strage di Capaci, dove per mano della mafia siciliana hanno perso la vita il magistrato Giovanni Falcone, sua moglie Francesca e tre agenti di scorta.
Per ricordare tale tragico fatto è stata organizzata per oggi una celebrazione pubblica che sta facendo discutere più per chi ci sarà e chi diserterà, rispetto al significato stesso dell’evento a cui fa riferimento. Un po’ come era già accaduto per la Fiera del libro di Torino, di cui ho già avuto modo di parlare qui.
È un racconto che tende a ripetersi, il nostro, come quello del paese che volenti o nolenti componiamo quotidianamente, con parole e gesti più o meno degni di nota.
Allora, non mi resta che scrivere c’era una volta la mafia.
E per far ciò, grazie anche al lavoro di Giovanni Bianconi, vi invito a tornare al 1875, quando i deputati Franchetti e Sonnino portarono a pubblica luce la contrapposizione tra due mondi, l’uno all’interno dell’altro.
Da una parte le istituzioni preposte a governare e dall’altra un’organizzazione priva di scrupoli, votata a costruire potere e usare quest’ultimo per determinare il proprio destino a egoistico uso e consumo. In barba a ogni legge che non fosse la propria.
È di quasi vent’anni più tardi, nel febbraio del 1893, l’omicidio di Emanuele Notarbartolo, ex direttore del Banco di Sicilia, a dimostrazione che malgrado ciò che raccontino i film, la mafia non uccide solo d’estate.
Uccide sempre e ovunque.
E malgrado quella siciliana, detta Cosa nostra, a causa del maggior successo cinematografico e letterario, sia divenuta nel secolo scorso il simbolo della criminalità organizzata nostrana nel mondo, nei decenni a seguire si fanno conoscere anche sul grande schermo le varie denominazioni regionali, come la Camorra in Campania, la Sacra corona unita in Puglia e la ’Ndrangheta in Calabria. Su quest’ultima conto di tornarci alla fine.
Nondimeno, a prescindere dalla peculiarità geografica e tradizionale, la natura essenziale di abnorme famiglia allargata e strutturata per esistere e proliferare come realtà alternativa allo Stato rimane pressoché identica. E l’unico modo per far ciò passa attraverso il connettersi, infiltrarsi e ramificarsi all’interno del tessuto sociale a ogni livello, diventando parte integrante dell’organismo cittadino, esattamente come farebbe un tumore con il corpo umano.
A onor del vero va detto che il primissimo tentativo di debellare tale cancro in Sicilia si deve al prefetto Cesare Mori, inviato nella regione dal regime fascista.
Tuttavia, non risultò affatto sufficiente. Tra l’altro, lo dimostrano due sanguinose guerre di mafia. La prima, che si svolse nell’arco degli anni sessanta tra le forze dell’ordine e Cosa nostra, e soprattutto la seconda, nel decennio successivo, che fu di natura interna alle cosche e vide la morte di centinaia di persone.

Dall’inizio degli anni ottanta, poi, che la mafia uccide e soprattutto colpisce gli uomini dello Stato fu palesemente chiaro a tutti, soprattutto per la terribile escalation di omicidi a Palermo.
Da tali tragici eventi sino all’inizio degli anni novanta, ovvero dall’entrata in scena alla prematura scomparsa di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, la lotta tra Stato e il suo opposto si alimenta più che mai grazie al coraggio e la dedizione di parte della magistratura e della cosiddetta società civile, più o meno sorprese nel ritrovarsi
quale avversario di fronte – o alle spalle -  un fuoco amico micidiale.
Soprattutto a causa di ciò, malgrado rimedi temporanei e mai sufficientemente lungimiranti, la suddetta massa cancerogena ha continuato a diffondersi pressoché indisturbata, raggiungendo organi vitali che avrebbero dovuto essere protetti a ogni costo.
Così, in quel periodo inizia a farsi finalmente concreto il cosiddetto inabissamento, ideato trent’anni addietro dal boss Provenzano: la mafia non si vede, ma c’è eccome, e forse non ha più così tanto bisogno di uccidere.
Ora, tengo a precisare che non v’è alcun subdolo sottinteso nelle considerazioni che seguono. Consistono solo in brevi ma, a mio modesto parere, emblematiche annotazioni tratte da incontrovertibili fatti.
Quasi all’indomani della strage di Capaci sale al governo il partito Forza Italia guidato da Silvio Berlusconi, la cui figura politica è adombrata dall’ambiguo e longevo rapporto con l’avvocato palermitano Marcello Dell’Utri e soprattutto il mafioso e pluriomicida Vittorio Mangano, assunto proprio da Dell’Utri.
Il governo del cavaliere, come viene chiamato ancora oggi, al netto di varie interruzioni, è durato nel nostro paese per più di vent’anni, segnati da scandali e processi, alcuni di essi capaci di far alimentare il sospetto di un’influente presenza mafiosa all’interno degli apparati dello Stato. Forse in maniera ancor più invasiva degli anni novanta o perfino dell’epoca in cui al centro del mirino vi era Giulio Andreotti.
Dopo il 2011, anno della caduta dell’unto dal signore, come Silvio stesso usava definirsi, in poco tempo si sono succedute al potere alleanze varie e fallimentari, tra centro sinistra e governi tecnici, il che ci ha condotto all’anno scorso, con l’avvento della coalizione giallo verde.
Ovvero la conclamata vittoria dell’anti-politica. Un evento unico, dal punto di vista storico e culturale per il nostro paese e non solo, perché non può essere considerato un fatto normale e privo di enormi conseguenze quello che vede coloro i quali avevano costruito il proprio potere sul dichiararsi contro le principali istituzioni, nazionali e internazionali, ritrovarsi da un giorno all’altro a gestirlo dai banchi del governo.
Tra tutte le contraddizioni e le problematiche possibili, ne metto in risalto una, che è oggetto di questo breve excursus, e che traduco sotto forma di domanda.
Come può dimostrarsi efficace e credibile nella lotta contro la mafia, ovvero l’anti-Stato per eccellenza, chi sia stato investito di tale virtuoso compito grazie al sostegno di chi non si è mai sentito cittadino integrato e leale con la nostra repubblica, con la Costituzione che la regola, e con una sola parola, lo Stato?
Per esser chiari, nella fattispecie come può risultare autorevole in questo cruciale conflitto il leader conclamato dell’attuale governo, Matteo Salvini, se è stato eletto grazie al voto della Calabria, a capo di una Lega sospettata in quella zona di forti legami con la 'Ndrangheta?

E chi, tra coloro i cui discorsi occupano la pubblica scena attualmente, gode di questa autorevolezza?
A margine, il quesito più generale che mi pongo è il seguente e prendetelo come pura teoria, ovvero ragionamento per assurdo, semplice pourparler.
Qualora il tumore di cui sopra prenda definitivamente possesso del corpo, l’anti-Stato sarebbe da considerarsi lo Stato a tutti gli effetti.
Da cui, mi chiedo, in siffatto ribaltato scenario chi sono i cittadini che a causa del proprio dissenso e della loro azione di resistenza quotidiana si ritrovano paradossalmente relegati nel ruolo di eversivi?
Perché chiunque essi siano, in tale situazione credo corrano in ogni istante notevoli rischi e non dovrebbero essere in alcun modo lasciati soli.


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