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Il peso delle parole del lavoro e della vita

Storie e Notizie N. 1984

Come al solito, per capire quale storia scrivere oggi affondo il capo nell’oceano di notizie che ci travolgono quando apriamo quotidiani e media di ogni tipo e stavolta vengo colpito da quella sull’ennesimo giornalista ucciso in Messico. Roberto Toledo è il quarto solo quest’anno, reo per i suoi vili assassini di aver tentato come molti dei suoi sfortunati predecessori di raccontare e soprattutto rendere pubblica la corruzione del suo paese.
Perché informare i cittadini vuol dire anche questo.

Ecco, non posso fare a meno di riflettere sul peso che hanno le parole, proporzionalmente al rischio che esse comportano per il lavoro e soprattutto la vita di chi le pronuncia e le mette nero su bianco.
Pare che Duncan MacDougall fu l’uomo a cui dobbiamo la più o meno attendibile idea che l’anima, per chi ci crede, pesi 21 grammi.
Ma qual è il reale peso delle nostre parole, del nostro quotidiano lavoro e della nostra esistenza? Ovvero, quanto dipende dal luogo in cui abitiamo?
In Messico leggo che almeno 120 giornalisti sono stati uccisi dal 2000 a oggi per aver cercato  di fare
soltanto il proprio mestiere: andare in giro, fare fotografie e domande, scrivere le risposte e salvare le immagini, per poi condividere il tutto con i veri referenti, altro che direttori e investitori, agenzie di pubblicità e gruppi parlamentari. In una sola, infinitamente abusata parola, il popolo.
Ma vogliamo parlare dei mestieri più desiderati e allo stesso tempo criticati del nostro tempo, nella vecchia Europa come negli USA? Sempre in Messico candidarsi a una poltrona che conta non rappresenta unicamente una chance per ottenere un ruolo di prestigio, potere e di guadagno di gran lunga superiore alla media.
Per capirci, da settembre del 2020 al maggio dell’anno scorso sono stati assassinati brutalmente 88 aspiranti leader del paese, semplicemente perché qualcun altro doveva vincere o si era guadagnato il diritto di gareggiare al loro posto. O, forse, perché avrebbero potuto fare o dire qualcosa che avrebbe davvero cambiato le cose in meglio per i più, a dispetto della criminale, esigua minoranza.
Quanto pesa essere un deputato in Messico, ovvero cercare di diventarlo, rispetto al resto del mondo?
Ma parliamo degli insegnanti e anche degli studenti, che ogni giorno condividono lo stesso luogo, nonché obiettivi contigui e dipendenti gli uni dagli altri, sebbene differenti, tra chi ha il compito di istruire e chi di istruirsi. Anche se ampliare e arricchire sempre più l’orizzonte di tutti resta a mio modesto parere uno degli scopi comuni a ciascun attore della scuola.
Ebbene, nella culturalmente vicinissima America delle opportunità, al netto di muri e bandi dell’ultim’ora, entrando in una classe ogni giorno, che tu sia al banco o alla cattedra, si rischia comunque di perdere tutto in un istante.
Basti pensare che soltanto nel 2020 ci sono state negli Stati Uniti ben 42 sparatorie a scuola, con 20 morti e 70 feriti, e che nel 2021 ce ne sono state 249, il numero più alto dal 1970.
Qual è il peso delle parole che aleggiano nelle classi e sulle lavagne, delle professioni e delle vite dentro di esse nelle scuole americane?

E che dire di medici e infermieri?
Potremmo affermare che il rischio sia parte del viaggio e che, parafrasando azzardatamente il famoso detto di Nietzsche, guardando a lungo il male che opprime la salute del prossimo, prima o poi esso sposterà gli occhi su di te.
Ma queste sono solo altre parole che il sottoscritto sciorina al riparo di una comoda poltrona, poiché la cruda realtà ci ricorda che dal 2017 a oggi tra dottori e personale sanitario in generale
sono morti in 700 nel mondo e 2000 sono rimasti feriti in seguito ad attentati e aggressioni di ogni tipo. In altre parole, a dimostrare che il peso di un camice non è lo stesso nel mondo, così come l’abito di un prete, a seconda di quanto sia più o meno lontano dall’istituzionale centro della cristianità, visto che soltanto nell’arco dell’anno scorso sono stati assassinati 22 missionari.
Quanto pesa altresì uno dei più martoriati vestiti della Storia nelle professioni umane a seconda di dove l’indice del volubile caso si è fermato sulla superficie del roteante mappamondo? E laddove chi lo indossa osi ancora oggi alzare la testa cosa risponderà la bilancia della verità?
Perché si da il caso che qualora un contadino in India decida di questi tempi di far valere i propri diritti scendendo in piazza, egli rischia di morire insieme a più di settecento altri disgraziati.
In generale, potrei andare avanti soffermandomi sull’enorme differenza tra parole, lavoro e vite in gioco a seconda se si nasca nell’Asia del sud, per esempio in Bhutan, invece che Malta e la nostra San Marino.
Mi fermo qua anche perché tale straordinario disequilibro di destini, di presente e futuro, esiste da sempre ed è caratteristica fondante della disarmonica società umana.
Al contempo, però, apriamo ogni secondo cellulari e computer e ci connettiamo virtualmente con il mondo intero in pochi secondi, per poi venire trascinati via da un’onda anomala, le cui acque rischiano talvolta di spegnere ogni fiamma nella testa, nell’immaginazione e anche nel cuore, convincendoci che le parole, il lavoro e le vite che condividiamo e condividono il pianeta siano simili e addirittura uguali soltanto perché riescono ad entrare in 140 caratteri, in un video di trenta secondi o in un post che non oltrepassi il limite di coscienza del lettore.
Vi è un peso differente per ciascuno dei tre e misurarlo ci può aiutare a comprendere appieno il nostro, di ciò che diciamo e facciamo ogni giorno.


Vieni ad ascoltarmi sabato 12 febbraio 2022 alle 17.30, Libreria Lotta, Roma

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