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Teatro di guerra

Storie e Notizie N. 2001

No, non si tratta di un omaggio al seppur bellissimo film di Mario Martone, malgrado qualche assonanza tra l’assedio di Sarajevo da parte delle forze jugoslave e serbo bosniache e ciò che sta accadendo in Ucraina ci sia.
È al contrario il racconto di un teatro ben più vasto e con un cartellone assai più prolungato nel tempo di un film o della sua trama.
Per certi versi potremmo definirlo il teatro per eccellenza, ragionando in termini di Storia o anche solo rappresentazione di quest’ultima, in quanto manda in scena da sempre il medesimo spettacolo. È inevitabile poiché la sola alternativa all’oggetto di tale narrazione è il viaggio. E quest'ultimo, da che mondo è mondo, si vive in prima persona oppure vuol dire davvero che non ti sei mai mosso dalla poltrona.
Nel nostro caso, invece, non conta se rimani immobile a osservare, giacché è soprattutto in quel caso che stai condizionando maggiormente la pièce e ogni suo personaggio.
Sto parlando della Guerra. Ne parlano quasi tutti in questi giorni. Ne parla inevitabilmente ciascuno di noi.
Se ne parla, già. Come se fossimo giustappunto seduti a teatro tra un atto e l’altro della messa in scena, espressione spesso fuorviante, la quale non implica che riguardi necessariamente qualcosa di finto e innocuo. Ne sa qualcosa l’infame zio di Amleto e tutti coloro che dalla drammatizzazione coraggiosa e onesta delle cose sono stati colpiti e disarcionati dal loro immeritato piedistallo.
Ora, tragica coincidenza vuole che sia proprio un teatro a guadagnarsi la temporanea prima pagina dei giornali, nell’attuale contingenza coralmente concentrati sull’invasione russa: il Teatro d'arte drammatica dell'oblast' di Donec'k, a Mariupol.
Secondo le notizie delle autorità ucraine prima del bombardamento di ieri vi avevano cercato rifugio più di mille civili, soprattutto donne e bambini e attualmente non ci sono ancora dati precisi su quante persone siano state uccise.
Sfortunatamente per noi tutti, in particolare i più vulnerabili e soprattutto innocenti tra noi, tali funesti accadimenti sono parte integrante dello spettacolo di cui sopra, che di epoca in epoca, di luogo in luogo, con l’aggiornamento di costumi, scenografie e armamenti, non manca una replica e all’inizio dell’anno venturo, quando speri di poter finalmente veder bandito tale immondo copione da ogni programmazione, lo vedi lì insieme agli altri con la sua sanguinosa locandina. Come se fosse una storia normale, abituale e inevitabile.
Eppure ha ragione il Papa quando dice che chi paga il conto della guerra è sempre la gente, riferendosi alle vittime civili o meno di ogni schieramento. Ma a mio modestissimo parere tale affermazione può esser vista anche dall’angolazione opposta.
Ovvero dovrebbe esser vista in tal guisa.
Perché malgrado i cambiamenti nella condivisione e nella rappresentazione delle notizie dovuti ai continui avanzamenti tecnologici e al progresso delle modalità di connessione tra noi, che sia un teatro vero e proprio, piuttosto che lo schermo del cinema, della tv, del computer o del cellulare, due cose non sono mai cambiate e resteranno identiche: lo spettacolo bellico e gli spettatori al loro posto, con gli occhi sgranati e le bocche a forma di “o” spaventata, inorridita e talvolta perfino eccitata.
In una parola, il pubblico.
In una parola e un participio presente che la dice tutta, il pubblico pagante.
Un pubblico che paga per ogni spettacolo a cui assiste.
Quando scende in piazza per la pace e mette bandierine colorate sullo stato del social di turno un giorno e un altro vota dimenticandosi chi a sua volta ha votato per le munizioni e chi ha detto no malgrado il manifesto del sì fosse più conveniente.
Quando si commuove più per il montaggio delle immagini strazianti e per la musica di sottofondo che la tragedia in sé, per poi dimostrare con i fatti che il concetto di solidarietà verso il rifugiato come fondamento di un Paese civile non sa proprio cosa voglia dire.
Quando dovrebbe essere alternativo alla destra tradizionalmente militarizzata e guerrafondaia e poi riesce a infilare nella stessa frase parole come armi ed esigenza morale.
Quando non capisce che ciò che dovremmo far entrare nelle nostre vite, per costruire insieme presente e futuro, non sono le nazioni ma gli esseri umani, punto, senza se, ma, UE, Nato e altre scuse.
Quando non riesce a comprendere che esiste un solo tipo di empatia tra noi ed è quella verso ogni essere umano, altrimenti è tutta una farsa anche in platea, peraltro in un modo addirittura più amaro che sul palco.
Nondimeno, sento la necessita di un’errata corrige, per quanto voluta con il mero scopo di arrivare alla seguente conclusione, malgrado riponga in essa scarsissima fiducia: non è detto che la presenza del pubblico pagante debba restare identica per sempre.
Chiunque di noi, in qualsiasi momento, potrebbe alzarsi dalla sedia, magari invitare gli altri a fare lo stesso e uscire dalla sala, tanto per cominciare. Perché senza il pubblico e soprattutto il suo denaro, la Guerra è l’unico spettacolo che non è mai andato in scena.


Vieni ad ascoltarmi sabato 9 aprile 2022 alle 17.00, Libreria Lilli, Roma

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