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Tutto per una birra

Storie e Notizie N. 1584

Peccato per quella ragazza, mi son detto rincasando.
Non era solo carina, ma aveva anche uno sguardo profondo.
E pure una bella voce, il che non è scontato.
Stavamo chiacchierando così bene, lì in piazza, con tutti gli ingredienti favorevoli.
Una bella giornata di sole non troppo calda che andava a concludersi serenamente, il lavoro alle spalle e tutto il tempo nelle mie mani.
Ma poi… poi lei tira fuori gli opuscoli e la magia finisce all’istante.
Non credo sia rimasta a parlarmi solo per quello, ma il gesto fredda inevitabilmente la spontaneità dell’attimo.
È importante, spiega, Amnesty International compie azioni che servono agli ultimi del mondo, i contributi della gente comune come te sono vitali, aggiunge.
Ripeto, se ci penso anche ora a mente fredda sono quasi certo che avremmo potuto comunque proseguire la reciproca conoscenza, ma quel subitaneo cambio di sceneggiatura, per quanto di nobili intenzioni, mi ha spinto a chiudere immediatamente il nostro, comune racconto.
Mi dispiace, le dico prima di voltarmi e andarmene, ma non mi fido di queste ong buoniste che si arricchiscono alle nostre spalle sfruttando i problemi dell’umanità.
Una volta a casa sono frustrato e disorientato.
Non ho alcun rimpianto per ciò che ho detto, sia ben chiaro, ma è stato davvero piacevole chiacchierare con quella ragazza e sento che ho comunque perso qualcosa.
In quell’istante mi vengono in mente le parole di mio fratello più piccolo, Stefano, che fa il medico in Africa con una di quelle associazioni finte umanitarie, come le chiamo io, il quale mi rimprovera spesso di rimanere troppo ancorato alle stesse abitudini: se non provi altre strade, con che diritto puoi parlare di dove conducano?
Il solito filosofo, il dottorino, ma mi manca.
Quante volte siamo andati al cinema assieme, un’infinità. Siamo diversi, immensamente diversi, ma la passione per la settima arte ci ha sempre accomunato e di molto.
Così mi viene voglia di vedere un bel film, il modo migliore per dimenticare la tipa.
Mi accingo a cercare qualcosa di interessante in streaming, quando avverto l’inevitabile languorino, vista l’ora.
Non mi va di cucinare e decido di accontentare il fratellino.
Okay, Ste, dico come se fosse ancora in casa con me, dove abbiamo convissuto per ben quattro anni prima della sua partenza.
Strade nuove, come suggerisci tu. Basta con la solita pizza. Che ne pensi di cibo giapponese? Chi tace acconsente, mi dico, conclusione scontata per chi abiti da solo.
Chiamo il primo ristorante take away che trovo e dopo aver ordinato un po’ a casaccio il tizio mi chiede cosa voglio da bere.
Non capisco nulla di ciò che dice e scelgo altrettanto a random.
Vada per la Birra Kirin!

Visto, fratellino, che non ho problemi a cambiare? Anche stavolta il silenzio è approvativo, e mentre cerco il film parte quella canzone, Walk On, degli U2.
È anche la suoneria del mio cellulare, se è per questo.
Rispondo, è mamma, mi rammenta che nel fine settimana è il compleanno di papà, le assicuro che non l’avevo di certo dimenticato, ma è una bugia.
Dico troppe bugie, a quella donna, lo so, ma è l’unico modo che ho trovato per sembrarle migliore di quel che sono. E mia madre deve vedermi migliore, soprattutto da quando sono andato a vivere da solo.
Riprendo a scandagliare l’elenco ed ecco che mi salta agli occhi The Lady, il film di Luc Besson dedicato ad Aung San Suu Kyi.
Che coincidenza, mi dico, anche la canzone della mia suoneria fu scritta per lei.
Così mi affido al destino e scelgo il film di Besson, anche perché mi sovviene un altro predicozzo di Stefano, il quale, accusandomi di avere la mania del controllo, mi ripeteva spesso: ogni tanto dovresti lasciare che la vita unisca i puntini per te.
Dopo pochi minuti dall’inizio della pellicola, ripensando ad Aung San Suu Kyi e tutto il sostegno ricevuto, mi soffermo su quanto sia contradittoria la sua storia, visti i crimini compiuti dal suo governo contro i rifugiati Rohingya.
Faccio bene a non fidarmi, allora, no? Ecco perché la cosa più giusta che si possa fare è fidarsi solo di se stessi.
In quell’istante, mi rendo conto che ho sete.
Cavolo, non vedo l’ora di assaggiare questa birra Kirin.
Riprendo a vedere il film, che non è male, un po’ lento, ma non è malaccio.
Suonano alla porta, finalmente si mangia.
Metto in pausa il film, prendo il cibo, pago il fattorino e torno in soggiorno.
Sistemo la cena sul tavolino, ma prima di tutto apro la mia bevanda.
Birra Kirin, spero proprio sia buona.
Sorseggio, riprendo il film, e sorseggio ancora.
Pure il Nobel le hanno dato, mi dico, ripensando ai rifugiati…
In fondo credo che sia uno dei marchi di fabbrica di quest’inizio secolo. Anche a causa della straordinaria iper connessione che ci lega tutti, si riesce molto più facilmente a conoscere meglio la vita del prossimo, pubblica e anche privata.
Prendi quell’attore, Kevin Spacey, star di fama mondiale, noto pure lui per il suo impegno umanitario, prima di finire in disgrazia.
I famosi insospettabili…
Aspetta, come si chiamava quel film dove ha anche preso l’oscar?
Stefano, tu questo lo sapresti dire subito, hai sempre avuto una memoria migliore con i titoli… ah, già, I soliti sospetti!
Nel frattempo sorseggio ancora la mia bevanda giapponese, prova indiscussa che non ho problemi con le novità.
Mi ricordo del finale di quel film con Spacey, dove si capisce tutto alla fine e si scopre che ciò quel che stava raccontando il suo personaggio era lì davanti ai nostri occhi.
Tutto è collegato, tutti siamo collegati, mi ritrovo a riflettere.
Come la morale di quell’altro bel film, Babel.
E in quel momento, in quel preciso momento, rischio quasi l’infarto e rovescio la bottiglia.
La birra Kirin…
Prodotta dall’azienda giapponese che in questi giorni si è scoperto finanziasse tramite una sua controllata birmana i militari responsabili delle violenze e gli abusi sui rifugiati.
Esattamente ciò di cui mi ha parlato l’ingenua ragazza di oggi…


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